domenica 10 aprile 2011

2011 anno del volontariato: le ragioni ideali – Intervento del 09/04/2011 di Gianni Massai, presidente del Circolo Culturale Triskelys, nel ciclo di conferenze "L'uomo al Centro"


Le scienze sociali hanno per lungo tempo portato avanti l’idea che tutto il vasto mondo organizzato intorno al volontariato, fatto di relazioni basate sul dono e sulla solidarietà e collocato al di fuori dei confini dello Stato e del mercato, diventasse ad un certo punto marginale a causa dell’espansione dell’azione pubblica. Invece assistiamo alla sua continua espansione anche nelle società economicamente più avanzate.
Alcuni possono anche pensare che si tratti di un fenomeno di recente formazione, nato con qualche legge o “importato” da oltre oceano, ma in realtà, soprattutto in ltalia, il fenomeno ha origini molto antiche in tutte le culture, sia nella cattolica, che nella socialista, che in quella liberale.
Il mondo cristiano, fin dalla tarda antichità, dà vita a un sistema assistenziale basato su una risposta al bisogno gratuita e al tempo stesso di natura associativa, che traduce una pratica diffusa all’interno delle comunità e che dalla caritas evangelica fa derivare per la prima volta uno ius hospitalitatis.
Fin dall’ultimo periodo imperiale e poi nel primo Medioevo, si realizza un “sistema di carità” come sintesi di istituzioni in larga misura libere e autogestite, sostenute dalla decisione personale e volontaria di chi sceglie di dedicarsi al servizio ospedaliero o di far parte di un’associazione elemosiniera. Vengono fondate numerose strutture permanenti di accoglienza, con il nome di xenodochia e quindi sempre più spesso di hospitalia, in genere lungo le reti viarie e nei pressi di monasteri, residenze episcopali, sedi plebane, in un contesto nel quale i centri urbani rivestono minore importanza. Per quanto non manchi l’aspetto della cura, in esse si pratica un ricovero largamente indifferenziato, rivolto anche ad anziani poveri, invalidi, malati cronici.
Da questo possiamo capire quanto antica possa essere l’origine del volontariato e quindi è anche importante stabilire quanto profonda sia la sua natura. La massima priorità dell’azione del volontario è sicuramente riferibile alla diffusione della cultura della solidarietà e fondamentale è anche rimarcare i contenuti che caratterizzano l’azione volontaria, come ad esempio la relazione tra persone, l’azione educativo-culturale sui doveri sociali e la formazione.
Il volontariato ha dunque un valore in sé che viene affermato con forza, un sistema di dono e di relazione basata su solidarietà corte e legami di tipo comunitario, non è un’attività relativa alla vita civile, a lato di quella personale, ma è innanzitutto una dimensione interna alla natura dell’uomo. Da quanto osserviamo tutti i giorni nelle nostre realtà, possiamo dedurre che ciò che ci fa interessare degli altri è proprio un’esigenza costitutiva della nostra natura: quando vediamo un bisogno ci sentiamo spinti a rispondere perché corrisponde alla nostra natura piuttosto che per il fatto che qualcuno o qualcosa ci obblighi a farlo.
Il cuore di un’azione volontaria, gratuita è nella natura dell’io e nasce dalla coscienza di un io ferito, perché capisce che non si basta da sé e che, come lui, nessuno può bastarsi da sé, ma ha bisogno di un altro. E’ paradossale, ma dalla coscienza di essere “feriti” nasce qualcosa di sorprendente.
Voglio proporre l’esperienza di un mio amico implicato in attività di volontariato, a proposito dei ragazzi che assiste:

Al centro è l’altro come imprevisto, l’altro che è sempre l’imprevisto più bello che ti possa capitare e non un accidente: è l’indispensabile risorsa da aggiungere. Altrimenti gioco a difendermi e tutto si risolve in una ideologia. Penso che fin dall’incontro con i primissimi ragazzi io abbia contratto il sentimento di una vera gratitudine per la ricchezza di esperienza che mi era dato di sperimentare con loro e con le loro storie. Che ricchezza! Che profondità di vita! Anche nell’errore c’era sempre una speranza di bene. Che groviglio di situazioni e che miseria talvolta, ma allo stesso tempo che grandezza! Dietro una scorza di cattiveria appariva timida una dolcezza infinita”.

Il mio amico non nasconde nemmeno la sua piccolezza e fragilità:

 Desideravo si accorgessero che anch’io sono una persona ferita. Magari non in maniera lancinante e profondamente come loro, ma anch’io sono un uomo colpito. Anch’io sono intriso dello stesso bisogno di vita. Positività e fiducia a partire dalla coscienza dell’errore, dobbiamo essere umili e consapevoli dei nostri limiti. La grande verità, che si comprende solo dopo tanti anni di convivenza sincera con questi ragazzi e con queste problematiche, è che tutti siamo persone ferite. Forse il complimento più apprezzato, perché più vero e definitivo, che ricevo dai ragazzi è: tu sei uno di noi”.
 
Affrontando il fenomeno da un altro punto di vista scopriamo che la presenza del volontariato nella nostra società smentisce la teoria della filosofia, propria di Hobbes, secondo cui l’azione sociale si basa sulla sfiducia e il sospetto, cioè su una concezione di uomo negativa che ne mortifica le potenzialità e il positivo contributo che il singolo uomo può dare al bene comune, al progresso e alla lotta per la giustizia. In questa concezione la società non è una dimensione originale, cioè non è legata a quelle esigenze ed evidenze, ma è il frutto di un contratto sociale che deve limitare l’egoismo dell’uomo, in diretta opposizione con la teoria aristotelica e di S. Tommaso d’Aquino secondo cui l’uomo è un animale politico, cioè sociale e il bene dell’individuo coincide con il bene della collettività e non ci può essere opposizione. L’idea stessa di volontariato porta a galla piuttosto l’idea di uomo relazionale, come sottolineato nell’Enciclica Deus caritas est (N. 54) e, in particolare, della originalità e universalità della struttura desiderante dell’uomo, o, come la definisce Don Luigi Giussani ne Il senso religioso, della “struttura esigenziale dell’uomo”.
Secondo quanto scrive Don Luigi Giussani nel suo libro L’io, il potere, le opere il concetto di desiderio, inteso come cuore dell’esperienza elementare dell’uomo è il motore di un’azione sociale sussidiaria:

Il desiderio è come la scintilla con cui si accende il motore. Tutte le mosse umane nascono da questo fenomeno, da questo dinamismo costitutivo dell’uomo. Il desiderio accende il motore dell’uomo. E allora si mette a cercare il pane e l’acqua, si mette a cercare il lavoro, a cercare la donna, si mette a cercare una poltrona più comoda e un alloggio più decente, si interessa a come mai taluni hanno e altri non hanno, si interessa a come mai certi sono trattati in un modo e lui no, proprio in forza dell’ingrandirsi, del dilatarsi, del maturarsi di questi stimoli che ha dentro e che la Bibbia chiama globalmente cuore”.

Nell’enciclica Deus caritas est di Papa Benedetto XVI si legge:

La carità sarà sempre necessaria, anche nella società più giusta. Non c’è nessun ordinamento statale giusto che possa rendere superfluo il servizio dell’amore. Chi vuole sbarazzarsi dell’amore si dispone a sbarazzarsi dell’uomo in quanto uomo”.

Singolare è la concordanza di questa impostazione con quanto si legge in un testo classico dell’economia contemporanea, L’economia del benessere del Premio Nobel Kenneth J. Arrow. Arrow cerca di delineare le regole razionali a cui sottostanno le preferenze individuali e i loro possibili nessi con le scelte collettive. Si domanda che cosa determina il manifestarsi di ordinamenti virtuosi nelle preferenze individuali? Arrow nel suo libro Scelte sociali e valori individuali dice:

L’ordinamento rilevante per il raggiungimento di un massimo sociale è quello basato sui valori, che rispecchiano tutti i desideri degli individui, compresi gli importanti desideri socializzanti”.

E’ un concetto simile a quello espresso in un recente convegno internazionale da Lester Salamon:

Ci sono due impulsi apparentemente in contraddizione l’uno con l’altro: da una parte l’impegno radicato verso la libertà e l’iniziativa individuale e dall’altra parte il concetto, ugualmente fondamentale, che tutti noi viviamo in una comunità e abbiamo la responsabilità di andare oltre noi stessi ed adoperarci per il bene dei nostri simili”.

Il desiderio è quindi il motore del volontariato. Il Censis (Centro Studi Investimenti Sociali) ha detto recentemente che

Tornare a desiderare è la virtù civile necessaria per riattivare una società troppo appagata ed appiattita”.

Così facendo il desiderio diventa opera e costruzione di una risposta organica al bisogno.
L’impiego di personale volontario deve quindi continuare ad essere un elemento fondamentale delle organizzazioni di Terzo settore e, anche secondo le linee guida delle Nazioni Unite, un criterio discriminante, anche se non imprescindibile, per definire le istituzioni non profit.
Il valore del rapporto tra Terzo settore e volontariato si sostanzia in due aspetti. Innanzitutto sul piano educativo: occorrono realtà sociali e movimenti che sostengano il desiderio e lo educhino. In questo modo i corpi sociali, le comunità intermedie trovano una rinnovata importanza, non solo in termini strumentali come trampolino per un’azione sociale, ma in termini educativi, come luoghi in cui le persone sono aiutate a crescere, a prendere consapevolezza di sé e della realtà.
In secondo luogo il volontariato si intende come uno strumento per finalizzarne gli sforzi per la costruzione di un nuovo welfare: è capace di innovazione sociale, in quanto interviene e anticipa spesso temi “di frontiera” , ad esempio immigrazione, discriminazioni, sviluppo sostenibile; vive in prima persona i problemi e i bisogni delle persone, della società; ha un approccio concreto, del “fare”, nelle proposte, nella risoluzione dei problemi e per questo ha anche una visione meno ideologica; è abituato all’emergenza e alla scarsità di risorse, fondi, strutture favorendo la creatività e la sperimentazione e per questo ispira, rafforza, sostiene anche le politiche pubbliche locali, o ne colma le carenze.
Ciò che meglio salvaguardia il valore del volontariato è la sussidiarietà, cioè il principio che valorizza le iniziative provenienti dai livelli di organizzazione sociale più vicini alla singola persona, intesa come strumento che pone le condizioni per consentire alle persone di sviluppare tutta la loro iniziativa e capacità, che dia risposta ai bisogni della società attraverso i corpi intermedi cui appartiene.
Questo il quadro di riferimento per il volontariato, ma ci sono anche problemi aperti.
I volontari non appaiono infatti preoccupati per un eventuale indebolimento dei valori fondanti il volontariato, o per l’esistenza di una crisi al suo interno, ma sono consapevoli dell’esistenza di alcune difficoltà, specialmente di origine esterna. Hanno consapevolezza, infatti, del pericolo di strumentalizzazione che si può correre e in particolare si avverte il rischio di un utilizzo finalizzato a ridurre i costi dei servizi, inoltre non sempre il volontariato è messo in grado di partecipare ai momenti di concertazione e programmazione. Un elemento di notevole rilievo è inoltre rappresentato dalla possibilità che il volontario possa collaborare di più con gli altri attori sociali, specialmente quelli istituzionali.
La dimensione su cui comunque occorre puntare maggiormente è sicuramente la promozione della cittadinanza attiva e della partecipazione, insieme alla tutela dei diritti delle persone più deboli. In questo modo viene riaffermato con forza un ruolo fondamentale del volontariato, ossia la promozione di una cultura fondata sulla solidarietà, come elemento imprescindibile a cui non si può rinunciare, perché senza ragioni ideali, qualunque sia l’ideale, il volontariato muore. Ed è quello che nessuno vuole.



Il Presidente
Gianni Massai

Sovrano Militare Ordine di Malta: un’esperienza di vita - Intervento del 09/04/2011 di Elisa Perriello, volontaria del Sovrano Militare Ordine di Malta, nel ciclo di conferenze "L'uomo al Centro"

Sono Elisa Perriello volontaria del Sovrano Militare Ordine di Malta della sezione di Arezzo.
Questo Ordine nasce e fonda le proprie basi sul volontariato, ha lo scopo di assicurare assistenza umanitaria senza pregiudizio di razza, religione o fede politica. E' uno dei pochi Ordini nati nel Medio Evo e ancora esistenti, nacque come militare, ma poi, scomparsa  questa motivazione, assunse la funzione ospedaliera.
La natura cavalleresca giustifica il carattere nobiliare dell’Ordine e molti Cavalieri in passato provenivano da famiglie nobili, cosa che oggi non accade più, ma si deve però essere Cattolici praticanti. Anche il simbolo stesso della croce con otto punte, che simboleggiano le otto Beatitudini, indica il modello di vita da seguire, secondo gli insegnamenti di Gesù.
Quello che ci distingue  è proprio il nostro impegno ad approfondire la spiritualità nell’ambito della  Chiesa e a dedicare le nostre energie al servizio degli ammalati e dei poveri, che si concretizza attraverso il nostro lavoro in strutture assistenziali, sanitarie e sociali.
In quanto volontari non percepiamo nessuna ricompensa o retribuzione. Siamo infatti un gruppo di persone che mettiamo i bisognosi e gli ammalati al centro di ogni nostra attività organizzando pellegrinaggi ai santuari di Lourdes e Loreto e offrendo servizio negli ospedali. Ogni anno a dicembre organizziamo la festa del malato ed in questa occasione andiamo nelle case di riposo ad offrire il nostro supporto psicologico agli anziani.
Cerchiamo di aiutare chi è meno fortunato di noi con qualsiasi mezzo a nostra disposizione. In realtà prima dell’inizio di questa attività pensavo che i meno fortunati fossero proprio le persone a cui offrivamo il nostro aiuto, mentre oggi mi domando se le cose stanno davvero così. Spesso  infatti quando mi trovo a fare assistenza ad un anziano o ad un ragazzo che per qualche motivo è in sedia a rotelle, penso: ma sono veramente loro ad aver bisogno di noi, o noi di loro? Spesso infatti mi trovo di fronte a persone con una tale forza e una tale voglia di vivere che non riesco a credere che il loro fisico si sta, giorno dopo giorno, logorando nella malattia. Riusciamo a renderli felici anche soltanto prendendoli per mano, o semplicemente ascoltandoli quando parlano. Ma la cosa che più di tutte stupisce è che sono loro a rassicurarci quando ci vedono giù di morale per qualche motivo.  A differenza di una società che corre e va di fretta ed è sempre delusa, astiosa e diffidente verso il prossimo e nell’affrontare la vita queste persone riescono a trasmettere la tranquillità e la pace di chi riesce a comprendere quali sono le vere cose importanti nella vita. Fare volontariato quindi ti apre gli occhi su queste piccole cose, ma che in realtà sono la base per vivere serenamente con se stessi e con gli altri.
Sono nei volontari dell’Ordine di Malta da circa un anno e mezzo e all’inizio mi chiedevo che cosa ci facessi io a fare volontariato, era un’attività che ritenevo non mi si addicesse proprio, invece devo ringraziare un mio carissimo amico che mi ha parlato per ore intere delle sue esperienze durante i pellegrinaggi e della sola assistenza che mi ha coinvolto. In questo modo, piano piano, ho iniziato anche io ad osservare ciò che c’era intorno a me.
Concludo dicendo ringraziando gli altri componenti del mio gruppo, perché per me sono stati veramente dei maestri per capire come mi devo comportare con gli ammalati ed i poveri. Sono felice di poter fare delle esperienze che mi mettono a contatto con delle realtà che non avrei mai pensato potessero esistere.



Elisa Perriello
Volontaria del Sovrano Militare Ordine di Malta

martedì 5 aprile 2011

Piccoli passi per andare lontano - Intervento del 02/04/2011 di Gabriella Vannucci, segretaria del Circolo Culturale Triskelys, nel ciclo di conferenze "L'uomo al Centro"

La nostra appare essere diventata ormai una  società decisamente “mercenaria” in cui tutto è in vendita, in cui tutto e tutti hanno il cartellino con il prezzo attaccato sopra.
E’ proprio qui che troviamo una figura che non sogneremo mai di vedere: quella del volontario. Il volontario appare una figura atipica, anticonformista, che non partecipa al “rito del guadagno”, ma che dedica il proprio tempo all’assistenza dei più deboli e bisognosi, per dare assistenza e  dignità a chi non è in grado di soddisfare i bisogni primari.
Queste persone, per lo più sconosciute, spesso organizzate in associazioni, rappresentano una struttura fondamentale nel campo della solidarietà e del soccorso, appaiono fuori della società, proprio per la loro capacità di essere estranee a quel modello di vita materiale che l’uomo del terzo millennio ha saputo crearsi.
Il volontario non applica la filosofia del consumismo che impone desideri crescenti da realizzare e necessità di sempre maggiori guadagni, ma si sofferma a cogliere la vera essenza della vita, che non è nel materialismo delle cose, ma nella gioia di donare il proprio tempo, il proprio impegno, il proprio amore e le proprie capacità per rendere migliore l’esistenza di chi è meno fortunato.
Dove vi è sofferenza il volontario è sempre presente, nonostante i rischi ed i pericoli cui spesso va incontro e soprattutto nonostante l’ingratitudine e l’indifferenza che circonda la sua opera, anche se possiamo dire che piano piano  le varie associazioni di volontariato stanno prendendo sempre più campo in Comuni e Regioni.
Bisogna però prendere atto che questa attività fondamentale, in crescita, non è ancora sufficientemente pubblicizzata, in particolare dai mezzi d’informazione. I giornali, le televisioni, le radio, dovrebbero rappresentare la realtà del mondo in cui viviamo, perché vi sia coscienza di tutto ciò che sta intorno a noi. Purtroppo invece molto spesso questo non avviene a causa della “fame di guadagno” che ossessiona la nostra società. E’ molto più redditizia, in termini di audience, la cronaca nera (delitti descritti nei minimi particolari vedi il delitto di  Sara Scazzi e  Yara Gambirasio), la politica, la divulgazione dei miti del consumismo, ma ancora mancano dibattiti e informazioni accurati su chi aiuta i malati, gli emarginati, gli anziani.
Il volontariato regala, non vende nulla, e quindi non partecipa a quel meccanismo che immette denaro per produrre altro denaro.
Quanto raramente abbiamo assistito a trasmissioni che hanno mostrato l’incredibile opera dei medici senza frontiere, di quelle persone che hanno abbandonato una professione che avrebbe garantito loro fama e denaro, per recarsi invece in paesi dove le mine mietono vittime quotidianamente, o dove le malattie fanno morire i bambini come le mosche.
A causa di tutto ciò ritengo che l’opinione pubblica non sia pienamente cosciente del prezioso servizio che offre il volontario e quindi la mancata consapevolezza non riesce a sostenere pienamente lo sviluppo delle associazioni di volontariato, che invece, a causa delle continue emergenze, necessitano di sempre più mezzi per riuscire a creare strutture rispondenti alle esigenze della società più debole.
Purtroppo in alcuni casi, di cui le Confraternite di Misericordia, il Modavi (Movimento delle Associazioni di Volontariato) e molte altre associazioni sono felici eccezioni, la “fame di denaro” ha creato strutture che di fatto sono niente altro che organizzazioni economiche: muovono fiumi di denaro  che spesso finisce nelle tasche di speculatori, truffatori o delinquenti. Quante volte infatti abbiamo assistito ad interventi propagandati come assistenziali e di soccorso, ma che invece avevano scopi politici ed economici? Basti vedere il caso di Edoardo Costa ampiamente dibattuto su “Striscia la notizia”,
Il volontariato, in questi casi, perde i suoi originari ideali e le persone comuni, assistendo al mancato raggiungimento dello scopo prefissato per cui magari avevano anche contribuito donando i propri soldi, si domandano se alcune fantomatiche associazioni si occupano davvero di opere umanitarie, o se piuttosto sono organizzazioni che poco hanno a che fare con chi si occupa seriamente e per propria volontà di fornire aiuto ai più deboli.
E’ quindi necessario che non venga persa l’essenza vera della solidarietà. E’ vero che accanto alla gratuità che contraddistingue il volontariato, emerge anche l’essenzialità del denaro che favorisce il sostegno organizzato e che potrebbe allontanare dagli ideali di volontariato per spingere verso un’attività d’impresa, ma il volontariato deve essere un’attività svolta con il cuore, slegata da interessi economici e soprattutto non deve essere sentita come un obbligo o un impegno solo per compiere un po’ di bene, ma deve essere sentita come una spinta interiore che generi partecipazione convinta.
In una cultura in cui il denaro si scambia solo contro beni e servizi, l’opera di diffusione dell’importanza vitale del volontariato diventa sempre più difficile. Per questo motivo, per fare fronte alle necessità di assistenza, sono nate vere associazioni e vere società di servizi che integrano l’opera del volontario. Queste organizzazioni non hanno scopo di lucro, non devono generare profitti e costituiscono entità economiche che a tutti gli effetti muovono al loro interno risorse economiche di origine pubblica e privata. La Confraternita di Misericordia di Sinalunga nasce appunto come opera caritatevole al servizio gratuito del cittadino ed offre una formazione specifica grazie alla quale fornisce un servizio competente ed efficiente. Mette inoltre a disposizione una formazione professionale, riuscendo a generare nei volontari una crescita interiore ed una ricchezza d’animo assistendo chi è meno fortunato.
Il nostro impegno è quello di agevolare e aiutare associazioni come le Confraternite di Misericordia ed il Modavi (Movimento delle Associazioni di Volontariato) affinché possiamo migliorare  ciò che abbiamo intorno, proprio perché è facendo piccoli passi tutti insieme che saremo in grado di andare lontano e di costruire una società di valori piuttosto che dell’apparenza e dell’egoismo.


La Segretaria
Gabriella Vannucci

Solidarietà, una scelta di vita - Presentazione del ciclo di conferenze "L'uomo al centro", intervento del 26/03/2011 di Gianni Massai, presidente del Circolo Culturale Triskelys,

Il tema di queste giornate, costruite in collaborazione con la Venerabile Confraternita di Misericordia di Sinalunga, vuole essere soprattutto la solidarietà verso le persone più socialmente deboli. Tutti noi sappiamo che uno stato di debolezza e sofferenza più o meno acuto colloca la persona malata nelle mani degli operatori sanitari. E’ allora che la vita e la dignità del malato passa a rappresentare un compito morale anche e soprattutto per gli altri, per le persone che gli sono più vicine. In primis la famiglia ed il personale sanitario, poi gli amici, ma tutta la società civile è direttamente o indirettamente coinvolta.
Mi preme sottolineare che oggi non è più sufficiente che il medico sappia e sappia fare, ma deve anche e soprattutto saper essere.
Queste conferenze vogliono essere un momento unico soprattutto per riflettere sul modo in cui, al di là del semplice discorso teorico, riposizionare l’Uomo al centro della Medicina e della Cura. Io credo infatti che la malattia non è da qualche parte nell’uomo, ma è tutto l’uomo ed è in tutto ciò che è l’uomo.
Perché allora la solidarietà è così importante? Perché il termine solidarietà è proprio strettamente collegato con quello di civiltà e può intendersi in molte modi diversi. Esempi di solidarietà sono quella sociale (cioè un sistema istituzionale per tutelare ed assistere i più bisognosi all’interno della comunità), o quella di classe (cioè quella che indica il legame tra appartenenti ad una medesima categoria, di lavoro, politica o altro). Noi in questo ciclo di conferenze vorremmo occuparci della solidarietà umana, cioè del rispetto e dell’aiuto all’uomo in quanto tale.
Esiste secondo me un lungo filo rosso che, fra le mille difficoltà e le tragedie umane, attraversa la storia della civiltà occidentale fino ad oggi. Si potrebbe partire addirittura dai tempi della civiltà greca classica. Si legge infatti nel sesto capitolo dell’Odissea:

Sono sotto la protezione di Zeus tutti gli stranieri e i mendicanti
(VI, 207)

Questo significa che, anche in quella civiltà, prendersi cura del più debole, anche se “diverso”, era considerato un dovere religioso.
Nel mondo romano antico c’è invece un dualismo fra pietas e humanitas. La pietas concentra il dovere di prendersi cura e di sacrificarsi nell’ambito della patria e della famiglia (esempio classico dai ricordi delle scuole superiori è il Pius Enea). Ma si fa largo anche il concetto di humanitas con  Seneca, Terenzio e Cicerone, che non è solo interesse per l’altro, ma anzi assume il significato di una più profonda apertura verso i propri simili, proprio perché si ha coscienza della comune natura umana.
Altro concetto importante è quello della carità, che assume un significato paragonabile a quello della solidarietà o della fratellanza nel mondo moderno solo con il Cristianesimo.
Proprio sulla solidarietà a me personalmente piace molto ciò che dice Papa Paolo VI:

Nessuno oggi si vergogna di nutrire sentimenti di compassione per chi è nel dolore, nella indigenza, nell’incapacità di sopperire a se stesso, di vivere e sopravvivere; anzi i grandi ideali operativi del mondo moderno si gloriano di muoversi da un senso di rispetto e di giustizia verso l’ammalato, verso l’affamato, verso il povero, verso il sottosviluppato, verso l’uomo insomma privo della sufficienza di mezzi alla vita e della pienezza di diritti, che l’eguaglianza di natura e la comunanza di destini dovrebbero assicurare ad ogni essere umano e ad ogni gruppo familiare o sociale legittimamente costituito.”

Però prima di arrivare alle conclusioni di Paolo VI, le forze positive dell’umanità hanno dovuto lottare per affermare, anche a livello concettuale, gli ideali di rispetto e di giustizia verso l’uomo privo della sufficienza di mezzi e della pienezza di diritti.
Lasciando da parte i secoli bui dell’Alto Medioevo, va sottolineata la nascita dei Comuni in tutti i paesi europei nel XI-XII secolo. I Comuni erano un fenomeno di associazione spontanea di uomini tendenzialmente liberi, che concorse allo smantellamento del regime feudale. Successivamente i Comuni, che erano associazioni giurate e private, si trasformarono in istituti pubblici e la loro autorità venne fatta rispettare obbligatoriamente. E’ proprio in questo clima che nacque il sistema di solidarietà tra i cittadini che esercitavano le stesse arti e mestieri e nacque così un sistema corporativo con organizzazioni di mutuo soccorso, fenomeno che è rintracciabile in Italia ancora oggi (Confindustria, Confartigianato, Confcommercio).
Nel campo della filosofia della solidarietà i periodi storici successivi come l’Umanesimo ed il Rinascimento non produssero grandi opere e la figura umana fu riportata al centro dell’attenzione nel periodo della riscoperta delle fonti latine e greche classiche, anche in virtù delle nuove scoperte scientifiche. Quelli che si chiamarono gli studia humanitatis prepararono infatti la via al grande sviluppo filosofico dei secoli successivi.
Il cammino della solidarietà  passa anche attraverso le elaborazioni del cosiddetto giusnaturalismo di cui un famoso esponente fu Ugo Grozio, giurista, filosofo e scrittore. Grozio lavorò come giurista nelle Provine Unite, gli attuali Pesi Bassi, e gettò le basi del diritto internazionale, basandolo sul diritto naturale. Nel XVII secolo definisce il giusnaturalismo:

la disciplina che individua i diritti che spettano ad ogni uomo in quanto tale e che varrebbero anche nel caso che Dio non esistesse”.

Il cammino della solidarietà passa anche attraverso l’eliminazione delle disuguaglianze sociali e dei privilegi in nome della libertà dell’uomo. In questo senso grandissimo è il contributo ideale dell’Illuminismo. Voltaire nel suo “Dizionario Filosofico” alla voce “Tolleranza” scrive:

Che cos'è la tolleranza? È la prerogativa dell'umanità. Siamo tutti impastati di debolezze e di errori: perdoniamoci reciprocamente i nostri torti, è la prima legge di natura. (…). E’ chiaro che chiunque perseguiti un uomo, suo fratello, perché questi non è della sua opinione, è un mostro (…)”.

Con il contributo delle idee dell’Illuminismo sono nate anche la Rivoluzione Americana e la Rivoluzione Francese, che hanno prodotto momenti di grande civiltà: si pensi per esempio alla dichiarazione d’indipendenza nel primo caso ed alla dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino nel secondo. Questa tensione ideale, filosofica e religiosa non ha comunque certo impedito anche lo svilupparsi di guerre, la nascita di regimi prevaricatori e oppressivi, le ingiustizie, la schiavitù, il genocidio.
In base agli stessi principi di libertà, fraternità ed uguaglianza nel XIX secolo sono nate o si sono consolidate nuove nazioni, ma anche in questo caso si sono prodotti effetti negativi come ad esempio l’esasperato nazionalismo che ha condotto a nuove guerre ed a nuove oppressioni sia verso l’esterno (come l’imperialismo) che verso l’interno (come le sperequazioni sociali). Nello stesso clima sono nate nuove ideologie di solidarietà, con elaborazioni e sviluppi diversi che si sono manifestati principalmente nel XX secolo e che costituiscono storia recente che tutti noi conosciamo.
Quello che ora mi interessa analizzare è la faticosa affermazione dello stato sociale, più generalmente definito come welfare state, che si è diffuso dopo la seconda guerra mondiale. Il welfare segna nelle società democratiche occidentali il superamento delle forme ottocentesche di filantropismo e della carità della Chiesa Cristiana. E’ lo Stato che si assume il compito di assistere e tutelare i cittadini più bisognosi e riconosce i diritti sociali (e la solidarietà comune) in aggiunta ai diritti individuali, civili e politici.
Oggi i fenomeni come la globalizzazione, resa possibile dall’enorme sviluppo scientifico e tecnologico degli ultimi decenni, pone problemi che mettono in crisi i modelli culturali e morali. E’ quindi necessario uno sforzo di adeguamento mentale e di rinnovamento pedagogico per arrivare ad un modello di politica sociale “europeo”. Questa situazione è avvertita in maniera particolare in Italia, dove viviamo e siamo stati educati in sistemi tendenzialmente chiusi.
Scopi di questa conferenza sono rivitalizzare i principi di solidarietà umana che caratterizzano la storia del nostro paese ed individuare le nuove aree di esclusione ed i nuovi soggetti bisognosi per offrire occasioni di crescita comune. Ritengo fondamentale l’impegno contro una certa cultura del narcisismo che si trova nella moderna società di massa e credo che non ci possa essere possibilità di crescita dell’individuo se non attraverso il confronto con l’altro, inteso come persona diversa da sé. Nella falsa alternativa fra una chiusura narcisistica in sé stessi e l’omologazione totale, la sfida della nuova solidarietà è dimostrare che solo la dialettica tra diversi può farci crescere.
Quindi il vero senso di questo ciclo di conferenze è quello di trovare il modo di poter mettere a confronto vecchie e nuove generazioni, uomini e donne, cittadini ed immigrati, ma anche normodotati e diversamente abili, cittadini sani e cittadini malati.


Il Presidente
Gianni Massai

mercoledì 23 marzo 2011

L'uomo al centro - Ciclo di conferenze

Cari amici vi scrivo per invitarvi tutti al primo evento di Triskelys: l'uomo al centro.
Le conferenze si distribuiranno su tre sabati successivi a partire dal 26 marzo fino al 9 aprile, con orario 16,00-19,00 presso i locali della Misericordia di Sinalunga, e toccheranno argomenti che incidono profondamente nella vita delle persone a contatto con chi, purtroppo, manifesta patologie del tipo trattato o si trova in situazioni di inabilità.
In queste occasioni, oltre ad ascoltare i brevi interventi dei professori che ci onorano della loro presenza, abbiamo previsto la possibilità di un dibattito diretto con il pubblico, proprio riguardo le ricadute sociali dei temi che saranno affrontati e le misure che è necessario intraprendere.
Ritengo perciò questo ciclo di conferenze un momento unico per tutta la popolazione, un'occasione di crescita sui problemi sociali che derivano dall'avere nelle proprie famiglie, o nel giro delle proprie conoscenze, persone bisognose di assistenza.
Ritengo sia necessario un sistema per cui sia possibile, al di là del semplice discorso teorico, riposizionare l’Uomo al centro della Medicina e della Cura, perché la malattia non è da qualche parte nell’uomo, ma è tutto l’uomo, è in tutto ciò che è l’uomo.
Spero quindi che ci ritroveremo tutti insieme per ascoltare, imparare e riflettere, per capire come dare una possibilità di vita migliore a chi ne ha più bisogno.

Di seguito il programma dettagliato, organizzato secondo le giornate:


lunedì 21 marzo 2011

La lunga mano dietro alle guerre in Libia, Afghanistan e Iraq

Dopo l’avallo della comunità internazionale, incassato a Parigi dal vertice Europa-Lega Araba, è partita la prima offensiva a Gheddafi con le incursioni aree dei soliti missili da crociera tomahawk, quelli che gli americani definiscono “intelligenti” e dalla “precisione chirurgica”. Sono i missili che l’opinione pubblica “accetta” di buon grado, come se non uccidessero in ogni conflitto migliaia di civili tra errori umani - forse meno intelligenti dei missili - e circostanze varie. La macelleria libica di queste settimane doveva necessariamente essere fermata, su questo non c’è alcun dubbio. Il sanguinario dittatore libico ha dimostrato ampiamente di essere disposto a fare un’ecatombe pur di riprendere il tanto amato potere, ma la scelta di iniziare una guerra con tanto di bombardamenti è quanto meno discutibile.
Nelle prossime settimane capiremo quale sarà l’entità dell’intervento militare e soprattutto cosa ci guadagneranno i paesi protagonisti capitanati dagli USA, che nel caso della guerra in Iraq hanno finito per assumere il controllo dei giacimenti petroliferi e ottenuto contratti per la ricostruzione. Quello che mi chiedo è se sarebbe stato possibile evitare tutti i conflitti a cui abbiamo assistito negli ultimi anni. In Iraq e Afghanistan era davvero necessario muovere una guerra in grande stile? La diplomazia non poteva fare niente? Sembra impossibile che non ci fossero stati margine di trattativa per evitare il conflitto: Saddam Hussein poteva essere messo alle strette, essere costretto all’esilio, se solo ci fosse stata veramente la volontà di evitare la guerra. Non avrebbe mai potuto pensare di resistere alla potenza militare statunitense e aveva anche dato l’impressione di voler evitare il conflitto accettando le ispezioni dell’Onu e il disarmo dei missili Al-Samoud poche settimane prima dell’intervento militare. Perché, in quel caso, non costringere Saddam alla resa evitando la guerra? L’Onu avrebbe preso il controllo della situazione dispiegando i caschi blu per garantire la sicurezza e ottenere il traghettamento del Paese verso libere elezioni.
Una soluzione simile sarebbe stata auspicabile ieri, ma anche oggi con Gheddafi. Seguendo questo modo di agire però gli Stati Uniti e, in tono minore, i suoi alleati, non avrebbero sicuramente goduto dei “diritti del vincitore”, intesi come concessioni petrolifere e ricostruzione, ma sarebbe stata risparmiata la vita di migliaia di civili e anche quella di moltissimi militari che sono, ricordiamolo, persone anche loro, alcuni con una famiglia, altri giovani costretti ad imbracciare un fucile. Sarebbe stata risparmiata la vita anche a migliaia di giovani militari, ragazzi in molti casi arruolati nelle aree depresse, dove la disoccupazione è altissima e i governi riescono a fare man bassa di giovani che poi mandano a morire lontano da casa. Di questo argomento ne parla il celebre docu-film di Micheal Moore, che mostra i “reclutatori” dell’esercito avvicinare i giovani mostrando loro i benefici dell’arruolarsi nell’esercito: “girare il mondo con uno stipendio ottimo e sicuro”. Invece i dati oggi ci parlano di circa cinquemila morti nelle truppe alleate e, per ogni morto, diverse altre persone rimangono invalide a vita. Ci saremmo inoltre risparmiati scene raccapriccianti come quelle provenienti dal carcere lager di Abu Ghraib, dove i detenuti erano torturati nei modi peggiori che una mente malata può concepire. Ci saremmo risparmiati di vedere gli effetti del fosforo bianco che gli Apache americani hanno utilizzato sui quartieri residenziali di Falluja, facendo letteralmente evaporare i cittadini, “donne e bambini” come usano dire i mass media quando vogliono colpire l’opinione pubblica.
Ora invece tocca alla Libia, al popolo libico già dilaniato da qualche settimana da una guerra civile.
Siamo all’alba dell’ennesima guerra di conquista? Data la presenza del petrolio, non ci sarebbe da meravigliarsi, ma c’è anche di più, cioè la strategia di conquista delle risorse e del potere mondiale. Come ha rivelato il generale Wesley Clark, ex comandante supremo della Nato, si sta procedendo con la sequenza prospettata da Dick Cheney, Segretario alla Difesa di Bush: invasione di Afghanistan, Iraq, Libia, Libano, Sudan, Somalia, Siria e infine Iran. Evidentemente la lista è stata aggiornata, dato che dalla fine del 2009, dopo l’attentato del volo Amsterdam-Detroit, oltre alla Somalia si è iniziato a parlare anche di Yemen, due Nazioni entro cui, guarda caso, si adagia il Golfo di Aden, passaggio obbligato delle petroliere sulla rotta per Suez e, inoltre, sono stati messi in previsione anche i bombardamenti sul Pakistan.
Non scoppia tutta insieme, va avanti progressivamente, ma questa è la terza guerra mondiale.



Il Presidente
Gianni Massai

lunedì 14 marzo 2011

La via italiana dell'energia nucleare

Il terribile terremoto in Giappone dimostra oggettivamente l'insicurezza dei reattori nucleari tradizionali, quelli che utilizzano il metodo della 'fissione' nucleare. L'Italia e' immune da simili rischi in forza di un referendum popolare che ebbe, nel 1987, un esito plebiscitario, imponendo la chiusura delle nostre centrali.
Ribadisco quello che capirebbe chiunque: abbiamo la grande opportunità di investire sul nucleare pulito, trasformando in rara forza la nostra apparente debolezza data dall'assenza di reattori nucleari sul nostro territorio. Possiamo provare, abbandonando la nostalgica scelta della realizzazione dei vecchi reattori di terza generazione, ad arrivare per primi al mondo sulla frontiera del nucleare pulito. Questo primato darebbe all'Italia una forza strategica economica e geopolitica.
Le grandi aziende del settore lavorino dunque su questo senza timidezza, la politica dia questo input, sconfiggendo quei 'ricopioni' che vogliono mettere l'Italia in coda a Francia e Stati Uniti.
Creiamo quindi la via italiana al nucleare pulito con un grande sforzo scientifico e industriale e con un sodalizio bipartisan delle forze politiche su questa prospettiva, stanando anche i rifiuti talebani di chi dice di essere contro la fissione nucleare, ma, in realtà, si appresta a essere contrario anche al nucleare pulito.



Il Presidente
Gianni Massai

Donne, basta retorica inutile, passiamo ai fatti

Per evitare di essere frainteso voglio dire subito che se fossi una donna scenderei in piazza. Lo farei come succedeva trent'anni fa e non solo per protestare contro gli stupri. Oggi lo farei per non farmi prendere in giro.
Se siamo tutti d'accordo sul fatto che esiste un ritardo culturale che non valorizza adeguatamente la donna e le sue specifiche esigenze non si capisce perché tutto rimanga come prima. L'intervento del governo sul quoziente familiare andrebbe calendarizzato con precisione e invece non si riesce a capire se e quando si farà. Non ci sono convincenti politiche a sostegno della maternità e si è costretti a constatare che 1/3 delle donne rinuncia al lavoro dopo il primo figlio e il 50% dopo il secondo. Nella stragrande maggioranza dei governi locali le donne non ci sono o sono presenti con numeri ridicoli, inserite per questioni di marketing, più che per rispettarne la dignità e il ruolo nella società. Infine ci sono ancora il 90% di società partecipate o di enti e agenzie pubbliche che non hanno nei Cda o nel management interno una sola donna. Eppure di professioniste, imprenditrici, docenti universitarie, manager, ce ne sono a decine di migliaia.
Il punto centrale della rappresentatività femminile non è soltanto quantitativo, ma anche qualitativo: una donna non valorizzata dalle Istituzioni, non considerata dalla politica, estromessa dalla gestione delle aziende pubbliche e private non è considerata una persona, ma una seccatura o direttamente un "oggetto". A questo fattore culturale, a mio giudizio, si legano episodi di mobbing, stalking, maltrattamenti, violenze e stupri, nonché il fenomeno delle mancate denunce da parte delle vittime. Sarebbe più difficile commettere violenza su persone che vengono considerate strategiche nel loro ruolo sociale e culturale. La politica ha oggi gli strumenti per dare risposte concrete, la smetta quindi di fare demagogia indicendo manifestazioni.



Il Presidente
Gianni Massai

Sto con l’Italia che vuole vincere, sto con la mia gente

Sto con la mia gente, quella che ha combattuto per affermare una visione spirituale della vita e del mondo, che crede in Dio, un Dio qualunque purché sia, che promuove l’identità italiana e la difende dall’aggressione di altre tradizioni, culture, religioni che arricchiscono il mondo, tutte rispettabili e bellissime, ma diverse dalla nostra. Il tema di oggi non è più come garantire l’integrazione nella grande stagione dei flussi migratori, ma come preservare le identità, cioè la ricchezza del mondo, nell’era della globalizzazione e nel rispetto dell’integrazione. Emergenza trascurata a causa della ‘coda di paglia’ figlia della furia totalitaria e razzista del secolo scorso. I veri statisti, se fossero tali, non rinnegherebbero i valori occidentali per avere accesso ai salotti radical-chic, non si arrenderebbero ad un destino di mescolanze destinate a peggiorare il pianeta nei prossimi cento anni, ma assumerebbero le azioni necessarie a salvaguardare e promuovere le differenze tra i popoli. La politica dei respingimenti alle frontiere e quella degli ingressi programmati per gli immigrati con regolare contratto di lavoro ribadisce che ‘rigore e accoglienza’ possono convivere.
Sto con la gente che si emoziona quando una vita scocca, fin dal concepimento, e vuole difenderla anche quando potrebbe scomparire su un letto d’ospedale grazie a un’iniezione, perchè la vita appartiene a se stessa e al Signore.
Sto con la gente che ama l’indipendenza della nostra nazione e non accetta ordini dalle multinazionali dell’energia, che ricorda con ammirazione Enrico Mattei, rivendica gli accordi dell’Italia con Russia e Libia perché fanno risparmiare le famiglie e rendono più competitive le nostre imprese, che ribadisce di non essere una colonia, nè un mercato da saccheggiare e non intende pagare l’energia 100 volte quel che vale. Se ci hanno dichiarato guerra e finanziano i nostri oppositori è il segnale che siamo sulla giusta strada.
Sto con la gente che non crede giusto insegnare il Corano nelle scuole e vuole combattere la segregazione delle donne, anche con il divieto di indossare il velo integrale. Sto con chi ambisce a una giustizia giusta e politicamente neutrale, che desidera un potere giudiziario che sappia essere un ordine dello Stato e non un contro-potere che destabilizza lo Stato. Sto con la famiglia tradizionale, papà, mamma e figli, senza stravaganze, senza adozioni tra persone di uno stesso sesso. Chi è omosessuale ha il diritto di fare della sua vita ciò che vuole ma ha il dovere di lasciare in pace la famiglia e i bambini.
Sto con la gente semplice che quando la sinistra parla sistematicamente bene della destra si disorienta, non capisce, che quando un pezzo di maggioranza vota come l’opposizione si sente tradita e si dispera perchè vede allontanarsi la prospettiva di un ‘paese normale’.
Sto con la gente che ha forgiato la sua sensibilità ambientalista scagliandosi contro la speculazione senza compromessi, che si è sporcata i piedi nel fango delle alluvioni, le mani nell’immondizia degli arenili degradati, la faccia sul fumo dei boschi in fiamme nel tentativo di salvarli dagli incendi. L’ecologia della responsabilità contro l’ambientalismo opportunista in giacca e cravatta.
Una domanda s’impone: se la Lega nord usasse il suo ministro degli interni per polemizzare quotidianamente con Umberto Bossi e la sua  linea, ne trarrebbe benefici o subirebbe una caduta di consensi? Ha un senso oggi lamentarsi di uno sbilanciamento verso la Lega dopo averla rafforzata assumendo posizioni incomprensibili e attaccando quotidianamente Governo e PdL?
Sto con la mia gente, con quella che quando ha saputo che una signora Colleoni qualunque ha lasciato il frutto dei sacrifici di una vita ad Alleanza Nazionale, si è emozionata e si è sentita “orgogliosamente diversa”. L’etica nella politica non è uno scioglilingua. Il fatto che in quella casa di Montecarlo viva il fratello di Elisabetta Tulliani è semplicemente disgustoso. Non è un problema di valore immobiliare, non m’interessano i parametri economici né le rilevanze penali: è disgustoso tradire la generosità e la buona fede di una persona che ti lascia tutto prima di morire, considerandoti la sua famiglia. Se abbiamo pagato campagne elettorali, anche nelle scuole e negli atenei, promosso collette tra squattrinati, calmierato sigarette e pizze con gli amici è perchè sapevamo di essere un Movimento povero di denari ma ricco di valori.
Sto con la mia gente, che ha combattuto una vita per affermare che la sovranità popolare è un valore e i governi li fanno i cittadini con il voto, non i Parlamenti con le imboscate e le congiure. Sto con chi è pronto, ancora una volta, a combattere per sconfiggere i trasformisti e i restauratori della prima Repubblica, quelli che, in odio al Cavaliere, vogliono cancellare diritti conquistati negli ultimi venti anni e, tra questi, quello di decidere chi debba governare, senza deleghe. Combattere è un destino. Facciamo rullare i tamburi, la trincea non è il terreno giusto per laicisti ed atei, la trincea è di chi crede.  
Non sto con Fini o Berlusconi, sto con l’Italia che vuole vincere, sto con la mia gente.




Il Presidente
Gianni Massai